Michele Bonuomo  il Mattino 7 Giugno 1988  Le lunghe ombre della classicità! !  Dal centro Prossemico di cultura di via villanova 16 arrivano nuovi segnali di vitalità artistica:  Umberto Manzo ha presentato gli ultimi risultati di una ricerca che - dopo anni e per successivi  spostamenti - sta toccando obbiettivi di assoluta chiarezza. Non abbiamo alcun timore  nell’affermare che il gruppo di opere esposte in questi giorni sono il meglio che la produzione  dell’ultima generazione di artisti napoletani sta offrendo: sono opere che non soffrono di alcuna  dipendenza da mode o da tendenze. Anzi, ed è questa la loro forza, forniscono precise indicazioni  ad una ricerca troppo spesso impantanata negli equivoci di una pittura che vive e muore di  superficie; di una pittura che ancora fino a qualche mese fa si nutriva dei rimasugli di certo  selvaggismo, o degli scarti di una transavanguardia cotti in tutte le salse, e che oggi, in totale crisi  di astinenza di idee, ha scoperto il rigore geometrico. Ma più giusto sarebbe il caso di parlare di  rigor mortis… Questi trabocchetti sono stati evitati con somma cura da Umberto Manzo, che ha  saputo guidare il suo lavoro di ricerca con ritmi di crescita e di sviluppo naturali. !  La serie di grandi quadri che ha esposto contengono infatti tutto il lavoro finora portato avanti e,  allo stesso tempo, sono un saggio di come l’idea di riduzione possa essere praticata, senza  trasformarsi nel salto della quaglia: il suo legame sentimentale con certa classicità metafisica (De  Chirico, Sironi, la fredda statuaria littoria, ma anche quella antica, gli encausti pompeiani,ecc.) non  appartiene più alla seduzione della memoria, è un dato di chiarificazione teorico più concreto. Non  ci troviamo di fronte cioè agli spiazzamenti prospettici di frammenti del classico (Paolini docet), ma  ad una consapevole volontà di riutilizzare la classicità in forma di assoluto piacere della  rappresentazione. In fredde cornici metalliche e poggiate su una sorta di capitello squadrato,  anch’esso di ferro, le siluette di antiche sculture - ridotte ad una compatta ombra nera - sono  congelate in gesti che non prevedono azioni, in passi che non anticipano movimenti, in segni che  non rimandano a gesti già consumati, su una superficie pittorica di densa materia monocroma. In  queste opere tutto è divenuto più calmo, i ritmi del pensiero e quelli più intimi della stessa opera  sono più lenti, più naturali quasi che l’artista sentisse egli stesso l’esigenza di trasformarsi in una  lunga ombra con cui proteggersi, o in cui affinare gli strumenti degli occhi e della mente. D’altronde  , si sa, è proprio al buio e nel silenzio che l’occhio deve essere più vigile e la mente più lucida…  Tutto questo Umberto Manzo lo sa!   Michele Bonuomo  il Mattino 7 Giugno 1988
       
     
 Michele Bonuomo  il Mattino 7 Giugno 1988  Le lunghe ombre della classicità! !  Dal centro Prossemico di cultura di via villanova 16 arrivano nuovi segnali di vitalità artistica:  Umberto Manzo ha presentato gli ultimi risultati di una ricerca che - dopo anni e per successivi  spostamenti - sta toccando obbiettivi di assoluta chiarezza. Non abbiamo alcun timore  nell’affermare che il gruppo di opere esposte in questi giorni sono il meglio che la produzione  dell’ultima generazione di artisti napoletani sta offrendo: sono opere che non soffrono di alcuna  dipendenza da mode o da tendenze. Anzi, ed è questa la loro forza, forniscono precise indicazioni  ad una ricerca troppo spesso impantanata negli equivoci di una pittura che vive e muore di  superficie; di una pittura che ancora fino a qualche mese fa si nutriva dei rimasugli di certo  selvaggismo, o degli scarti di una transavanguardia cotti in tutte le salse, e che oggi, in totale crisi  di astinenza di idee, ha scoperto il rigore geometrico. Ma più giusto sarebbe il caso di parlare di  rigor mortis… Questi trabocchetti sono stati evitati con somma cura da Umberto Manzo, che ha  saputo guidare il suo lavoro di ricerca con ritmi di crescita e di sviluppo naturali. !  La serie di grandi quadri che ha esposto contengono infatti tutto il lavoro finora portato avanti e,  allo stesso tempo, sono un saggio di come l’idea di riduzione possa essere praticata, senza  trasformarsi nel salto della quaglia: il suo legame sentimentale con certa classicità metafisica (De  Chirico, Sironi, la fredda statuaria littoria, ma anche quella antica, gli encausti pompeiani,ecc.) non  appartiene più alla seduzione della memoria, è un dato di chiarificazione teorico più concreto. Non  ci troviamo di fronte cioè agli spiazzamenti prospettici di frammenti del classico (Paolini docet), ma  ad una consapevole volontà di riutilizzare la classicità in forma di assoluto piacere della  rappresentazione. In fredde cornici metalliche e poggiate su una sorta di capitello squadrato,  anch’esso di ferro, le siluette di antiche sculture - ridotte ad una compatta ombra nera - sono  congelate in gesti che non prevedono azioni, in passi che non anticipano movimenti, in segni che  non rimandano a gesti già consumati, su una superficie pittorica di densa materia monocroma. In  queste opere tutto è divenuto più calmo, i ritmi del pensiero e quelli più intimi della stessa opera  sono più lenti, più naturali quasi che l’artista sentisse egli stesso l’esigenza di trasformarsi in una  lunga ombra con cui proteggersi, o in cui affinare gli strumenti degli occhi e della mente. D’altronde  , si sa, è proprio al buio e nel silenzio che l’occhio deve essere più vigile e la mente più lucida…  Tutto questo Umberto Manzo lo sa!   Michele Bonuomo  il Mattino 7 Giugno 1988
       
     

Michele Bonuomo

il Mattino 7 Giugno 1988

Le lunghe ombre della classicità! !

Dal centro Prossemico di cultura di via villanova 16 arrivano nuovi segnali di vitalità artistica:

Umberto Manzo ha presentato gli ultimi risultati di una ricerca che - dopo anni e per successivi

spostamenti - sta toccando obbiettivi di assoluta chiarezza. Non abbiamo alcun timore

nell’affermare che il gruppo di opere esposte in questi giorni sono il meglio che la produzione

dell’ultima generazione di artisti napoletani sta offrendo: sono opere che non soffrono di alcuna

dipendenza da mode o da tendenze. Anzi, ed è questa la loro forza, forniscono precise indicazioni

ad una ricerca troppo spesso impantanata negli equivoci di una pittura che vive e muore di

superficie; di una pittura che ancora fino a qualche mese fa si nutriva dei rimasugli di certo

selvaggismo, o degli scarti di una transavanguardia cotti in tutte le salse, e che oggi, in totale crisi

di astinenza di idee, ha scoperto il rigore geometrico. Ma più giusto sarebbe il caso di parlare di

rigor mortis… Questi trabocchetti sono stati evitati con somma cura da Umberto Manzo, che ha

saputo guidare il suo lavoro di ricerca con ritmi di crescita e di sviluppo naturali. !

La serie di grandi quadri che ha esposto contengono infatti tutto il lavoro finora portato avanti e,

allo stesso tempo, sono un saggio di come l’idea di riduzione possa essere praticata, senza

trasformarsi nel salto della quaglia: il suo legame sentimentale con certa classicità metafisica (De

Chirico, Sironi, la fredda statuaria littoria, ma anche quella antica, gli encausti pompeiani,ecc.) non

appartiene più alla seduzione della memoria, è un dato di chiarificazione teorico più concreto. Non

ci troviamo di fronte cioè agli spiazzamenti prospettici di frammenti del classico (Paolini docet), ma

ad una consapevole volontà di riutilizzare la classicità in forma di assoluto piacere della

rappresentazione. In fredde cornici metalliche e poggiate su una sorta di capitello squadrato,

anch’esso di ferro, le siluette di antiche sculture - ridotte ad una compatta ombra nera - sono

congelate in gesti che non prevedono azioni, in passi che non anticipano movimenti, in segni che

non rimandano a gesti già consumati, su una superficie pittorica di densa materia monocroma. In

queste opere tutto è divenuto più calmo, i ritmi del pensiero e quelli più intimi della stessa opera

sono più lenti, più naturali quasi che l’artista sentisse egli stesso l’esigenza di trasformarsi in una

lunga ombra con cui proteggersi, o in cui affinare gli strumenti degli occhi e della mente. D’altronde

, si sa, è proprio al buio e nel silenzio che l’occhio deve essere più vigile e la mente più lucida…

Tutto questo Umberto Manzo lo sa! 

Michele Bonuomo

il Mattino 7 Giugno 1988