mostra personale,    galleria piano nobile perugia, 1992    Marisa Vescovo, 1992     Umberto Manzo (…) compone aspetti, frammenti, immagini del suo orizzonte quotidiano in una traiettoria narrativa metaforica, in cui organizza in una sorta di scatola-box una pluralità di sensi, di cose (generalmente con l’immagine fotografica), di eventi, di mythos (i disegni su carta spolvero che rappresentano il suo autoritratto, o parti del suo corpo), di vuoto e di pienezza, che rappresentano il mutevole della vita, quella trasformazione in cui anche il dolore diventa un «colore  necessario», all’esistenza. Se guardiamo un’opera quale: «Senza titolo», 1990, (ferro, vetro, foto, specchi, sassi, fogli d’oro), troviamo in tasselli diversi, l’autoritratto, lo specchio, l’oro (ovvero la luce spirituale), ci accorgiamo che il riflesso del sé, è dunque l’Altro e lo Stesso, il Tutto e il Nulla, l’Identità e la Differenza: un gioco di immagini potenti si raccoglie dunque intorno allo specchio, inteso come luogo originario, dove, parimenti ci si misura in continuazione col potere fascinatorio dell’immaginario. Lo specchio come produttore di parvenze, potenzialmente menzognere, e allora la metafora del pittore. Sappiamo che l’arte interroga la sofferenza, lo stato di derealizzazione dell’uomo nel momento in cui appare denudato, spogliato, impotente, inerte. E tuttavia «quest’uomo» è ancora un uomo irriducibile allo stato di mera cosa in virtù del suo «volto», il volto che ha a che fare con l’«altro», con l’«alterità», con l’epifania. In questo lavoro Manzo presenta il propio «volto» che si apre così al richiamo degli «altri», di noi che guardiamo, e questo vuol dire fare un balzo fuori dalla presenza, del presente, della storia in cui la trascendenza è possibile solo come alterità assoluta e non tematizzata, Il problema del «rappresentare», del «segnare», del «fotografare», coincide sempre per Manzo col problema dell’io, e sappiamo che senza «segni» non c’è io, non c’è il rapporto col mondo, e dunque l’instaurazione dell’identità sociale - che il plesso mitopoietico dello specchio ci mostra sono due facce della stessa medaglia - in questo lavoro dell’artista napoletano anticipa e sostanzia quell’istituzione dell’ontologia da cui muove poi la metafisica. In queste opere l’arte si afferma allora quale inventario globale della realtà quale fondazione integrale della persona e del suo «ethos», che abolisce ogni separazione di genere retorico all’interno della tensione intellettuale, rinunciando ad essere arte pura, o meccanismo di un sistema.    
       
     
  installazione,  1992  galleria piano nobile, perugia
       
     
 mostra personale,    galleria piano nobile perugia, 1992    Marisa Vescovo, 1992     Umberto Manzo (…) compone aspetti, frammenti, immagini del suo orizzonte quotidiano in una traiettoria narrativa metaforica, in cui organizza in una sorta di scatola-box una pluralità di sensi, di cose (generalmente con l’immagine fotografica), di eventi, di mythos (i disegni su carta spolvero che rappresentano il suo autoritratto, o parti del suo corpo), di vuoto e di pienezza, che rappresentano il mutevole della vita, quella trasformazione in cui anche il dolore diventa un «colore  necessario», all’esistenza. Se guardiamo un’opera quale: «Senza titolo», 1990, (ferro, vetro, foto, specchi, sassi, fogli d’oro), troviamo in tasselli diversi, l’autoritratto, lo specchio, l’oro (ovvero la luce spirituale), ci accorgiamo che il riflesso del sé, è dunque l’Altro e lo Stesso, il Tutto e il Nulla, l’Identità e la Differenza: un gioco di immagini potenti si raccoglie dunque intorno allo specchio, inteso come luogo originario, dove, parimenti ci si misura in continuazione col potere fascinatorio dell’immaginario. Lo specchio come produttore di parvenze, potenzialmente menzognere, e allora la metafora del pittore. Sappiamo che l’arte interroga la sofferenza, lo stato di derealizzazione dell’uomo nel momento in cui appare denudato, spogliato, impotente, inerte. E tuttavia «quest’uomo» è ancora un uomo irriducibile allo stato di mera cosa in virtù del suo «volto», il volto che ha a che fare con l’«altro», con l’«alterità», con l’epifania. In questo lavoro Manzo presenta il propio «volto» che si apre così al richiamo degli «altri», di noi che guardiamo, e questo vuol dire fare un balzo fuori dalla presenza, del presente, della storia in cui la trascendenza è possibile solo come alterità assoluta e non tematizzata, Il problema del «rappresentare», del «segnare», del «fotografare», coincide sempre per Manzo col problema dell’io, e sappiamo che senza «segni» non c’è io, non c’è il rapporto col mondo, e dunque l’instaurazione dell’identità sociale - che il plesso mitopoietico dello specchio ci mostra sono due facce della stessa medaglia - in questo lavoro dell’artista napoletano anticipa e sostanzia quell’istituzione dell’ontologia da cui muove poi la metafisica. In queste opere l’arte si afferma allora quale inventario globale della realtà quale fondazione integrale della persona e del suo «ethos», che abolisce ogni separazione di genere retorico all’interno della tensione intellettuale, rinunciando ad essere arte pura, o meccanismo di un sistema.    
       
     

mostra personale,  galleria piano nobile perugia, 1992

Marisa Vescovo, 1992

Umberto Manzo (…) compone aspetti, frammenti, immagini del suo orizzonte quotidiano in una traiettoria narrativa metaforica, in cui organizza in una sorta di scatola-box una pluralità di sensi, di cose (generalmente con l’immagine fotografica), di eventi, di mythos (i disegni su carta spolvero che rappresentano il suo autoritratto, o parti del suo corpo), di vuoto e di pienezza, che rappresentano il mutevole della vita, quella trasformazione in cui anche il dolore diventa un «colore  necessario», all’esistenza. Se guardiamo un’opera quale: «Senza titolo», 1990, (ferro, vetro, foto, specchi, sassi, fogli d’oro), troviamo in tasselli diversi, l’autoritratto, lo specchio, l’oro (ovvero la luce spirituale), ci accorgiamo che il riflesso del sé, è dunque l’Altro e lo Stesso, il Tutto e il Nulla, l’Identità e la Differenza: un gioco di immagini potenti si raccoglie dunque intorno allo specchio, inteso come luogo originario, dove, parimenti ci si misura in continuazione col potere fascinatorio dell’immaginario. Lo specchio come produttore di parvenze, potenzialmente menzognere, e allora la metafora del pittore. Sappiamo che l’arte interroga la sofferenza, lo stato di derealizzazione dell’uomo nel momento in cui appare denudato, spogliato, impotente, inerte. E tuttavia «quest’uomo» è ancora un uomo irriducibile allo stato di mera cosa in virtù del suo «volto», il volto che ha a che fare con l’«altro», con l’«alterità», con l’epifania. In questo lavoro Manzo presenta il propio «volto» che si apre così al richiamo degli «altri», di noi che guardiamo, e questo vuol dire fare un balzo fuori dalla presenza, del presente, della storia in cui la trascendenza è possibile solo come alterità assoluta e non tematizzata, Il problema del «rappresentare», del «segnare», del «fotografare», coincide sempre per Manzo col problema dell’io, e sappiamo che senza «segni» non c’è io, non c’è il rapporto col mondo, e dunque l’instaurazione dell’identità sociale - che il plesso mitopoietico dello specchio ci mostra sono due facce della stessa medaglia - in questo lavoro dell’artista napoletano anticipa e sostanzia quell’istituzione dell’ontologia da cui muove poi la metafisica. In queste opere l’arte si afferma allora quale inventario globale della realtà quale fondazione integrale della persona e del suo «ethos», che abolisce ogni separazione di genere retorico all’interno della tensione intellettuale, rinunciando ad essere arte pura, o meccanismo di un sistema.

 

  installazione,  1992  galleria piano nobile, perugia
       
     

installazione, 1992

galleria piano nobile, perugia